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28 dic 09

"EATING ANIMALS". SAFRAN FOER: IO DIFENDO GLI ANIMALI
28 dic 09

Dalla tradizione kosher della nonna alla denuncia contro gli allevamenti.

"EATING ANIMALS". SAFRAN FOER: IO DIFENDO GLI ANIMALI<BR>28 dic 09
28 dicembre 2009 - «Ascoltami» diceva la nonna a Jonathan Safran Foer mentre metteva in tavola il suo piatto preferito, pollo con le carote. «Non eravamo ricchi, ma abbiamo sempre avuto abbastanza. Il giovedì facevamo il pane che durava tutta la settimana. Il venerdì le frittelle. Per Shabbat c’era sempre pollo con la minestra... Poi tutto cambiò. La guerra fu l’inferno sulla terra, e io persi tutto. Lasciai la mia famiglia, sai. Correvo giorno e notte, perché avevo sempre i tedeschi alle calcagna. Se ti fermavi, morivi. Il cibo era scarsissimo. Mi ammalai per la fame, e non parlo di com’ero ridotta a pelle e ossa. Ero ricoperta di piaghe... Mangiavo quello che gli altri non toccavano... ho mangiato cose che non potrei confessarti». Sarebbe interessante riuscire ad avere un’idea veramente precisa di quanta parte della creatività americana derivi direttamente o indirettamente dall’Olocausto, nella letteratura, nel cinema, nell’arte, nella musica, persino nei fumetti. Di certo, l’eredità ebraica è il cuore dell’opera di un giovane e intelligentissimo scrittore come Jonathan Safran Foer, fin dall’incantevole Ogni cosa è illuminata (Guanda), tragicommedia autobiografica di un viaggio alla ricerca delle proprie radici nell’Ucraina post sovietica, dove ogni ragazzo sognava di essere Michael Jackson. Da allora (2002), Foer ha scritto un altro romanzo ( Molto forte, incredibilmente vicino, 2005), si è sposato (con la scrittrice Nicole Krauss), ha avuto due figli, e ha preso una decisione: non rendersi responsabile della sofferenza di nessun animale. E, di conseguenza, diventare tutti, in famiglia, vegetariani. Alle ragioni di questa decisione— concepita alla nascita del primo figlio, Sasha — s’ispira Eating Animals («Mangiare animali»), l’ultimo libro di Foer che Guanda pubblicherà tra qualche mese e che sta avendo un’eco enorme negli Stati Uniti, non solo perché Foer è ormai una star, ma perché Eating Animals è un libro davvero singolare. Una riflessione sulla forma che diamo al mondo attraverso ciò che mangiamo. Un approfondimento sul rapporto tra cibo ed etica in cui si misurano i nostri valori (o la loro assenza). E un’inchiesta coraggiosa sugli allevamenti industriali di ovini, bovini e suini, che producono il 99 per cento della carne consumata oggi negli Stati Uniti, nonché sugli effetti devastanti che quest’industria ha sull’ambiente e sulla salute di tutti noi. Dunque, ancora prima che il mondo si preoccupasse del virus H1N1, Foer decideva di scrivere un libro di nonfiction— personalissimo, ironico, colto, serio e postmoderno — per attirare la nostra attenzione su un problema enorme. Cioè che «l’allevamento industriale di animali è il primo responsabile del riscaldamento terrestre (significativamente più distruttivo dei trasporti), e una delle due o tre principali cause di tutti i problemi ambientali più seri: inquinamento dell’aria e dell’acqua, deforestazione, perdita di biodiversità». Con la conseguenza che «mangiare animali allevati industrialmente — cioè tutto ciò che compriamo al supermercato o ordiniamo al ristorante — è quasi certamente la peggior cosa che possiamo fare all’ambiente». In sintesi, quello che Foer vuole dimostrare è che il più comune dei nostri gesti quotidiani è la causa principale del riscaldamento terrestre; che è un fattore decisivo nello sviluppo del virus H1N1 e dell’Escherichia coli; che è la ragione di sofferenza di miliardi di animali innocenti; e l’elemento che ha distrutto le piccole e medie fattorie su tutto il territorio americano. Ce n’è quanto basta per fare di Eating Animals il libro più controverso dell’anno. Eppure— sorpresa— le innumerevoli voci sollevatesi sulla stampa e nei blog americani in questi giorni sono tutte favorevoli: voci di gente scandalizzata o preoccupata e non di rado convertita. Come l’attrice Natalie Portman, che in una recensione online ha scritto: «Questo libro ha trasformato una vegetariana da vent’anni come me in una vegana convinta». O come il direttore del Centro di medicina integrativa dell’Arizona Andrew Weil, che su «Huffington Post» è intervenuto per dire: «Forse avete sentito parlare di vitelli rimpinzati di antibiotici che collassano nei loro stessi escrementi. O di masse di pulcini gettati vivi nel tritacarne». Bene: «È tutto vero. Foer dimostra che allevare gli animali industrialmente come si fa in America è un’attività che distrugge tutto ciò che tocca: territorio, persone, comunità e soprattutto animali». Soltanto una veterinaria del National Pork Board ha alzato la voce per confutare l’affermazione di Foer che il virus H1N1 venga dalla Carolina del Nord (quello che hanno trovato lì sarebbe l’H3N2, ha detto Liz Wagstrom al «New York Times», e non è chiaro se sia meglio o peggio). Per il resto, l’industria alimentare americana attaccata in Eating Animals tace. E questo silenzio è la reazione più impressionante. Anche perché nel suo libro Foer descrive cose pesantissime. Come il fatto che negli Stati Uniti non esista un sistema di smaltimento degli escrementi degli animali (vengono semplicemente raccolti in «stagni» all’aria aperta), quando i maiali di una singola ditta, la Smithfield Foods, producono altrettanti escrementi degli abitanti della California e del Texas messi insieme. O il fatto che gli americani consumino quattro milioni di chili di antibiotici all’anno, mentre per trattare gli animali ne vengono utilizzati trentotto milioni. O la barbarie spaventosa dei macelli, dove le mucche uccise con scariche elettriche in molti casi rimangono vive e coscienti quando vengono scuoiate e fatte a pezzi. Per vedere ciò che nessuno vuole vedere, lo scrittore trentaduenne che ancora oggi, malgrado tutto, non riesce a non pensare con affetto al pollo con le carote della nonna, è entrato di nascosto in un allevamento di tacchini in California alle tre del mattino. Dove, oltre ad altre cose raccapriccianti, ha notato che molti dei tacchini nelle batterie erano già morti. E qui il cerchio di quest’indagine universale e personale si chiude con una nota toccante, quando l’autore osserva che il cibo che serviamo ai nostri figli «conta, anche perché contano le storie che serviamo loro insieme al cibo». Cioè quello che rispondiamo quando ci chiedono come è morto l’animale che stanno mangiando. O quello che diceva a lui sua nonna mentre gli dava da mangiare e intanto ricordava che quando la sua fuga dai tedeschi era ormai arrivata alla fine, «un russo, Dio lo benedica, ha visto che stavo per morire di fame, è entrato in casa e ne è uscito con un pezzo di carne per me». «Ti ha salvato la vita», commenta il nipote. «Non l’ho mangiato», dice lei. «Non l’hai mangiato?». «Era maiale. Non potevo mangiare maiale». «Perché?». «Come sarebbe a dire, perché?». «Perché non era kosher?». «Certo». «Ma nemmeno per salvarti la vita?». «Se niente più ha valore, non rimane più niente da salvare». dal Corriere della Sera

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